Categorie
cose che diciamo // comunicati General

La pandemia rende visibili: riflessioni sull’economia della crisi

Sentiamo continuamente dire che la pandemia non si poteva prevedere e per questo ha colto tutt* impreparat*. Ma non è così. Le epidemie sono come i terremoti, non si può prevedere in anticipo l’esatto momento in cui si manifestano, ma le conseguenze che provocano dipendono, oltre che dall’intensità del fenomeno, anche dalle misure di prevenzione messe in atto in precedenza. Negli anni scorsi ci sono state tante altre importanti epidemie, e dagli anni novanta la scienza annuncia la diffusione di nuove malattie e il riapparire di altre considerate quasi scomparse. Però finora non erano stati colpiti i centri dell’economia mondiale. 

E su alcune questioni economiche vogliamo riflettere.

Ci sembra importante perché il senso che diamo alla parola economia è strettamente legato ai bisogni, cura degli altri e produzione di beni necessari al soddisfacimento dei bisogni delle persone. In questo senso per economia si intende l’organizzazione di tutte quelle attività per la riproduzione delle società umane.
Nella nostra economia, la riproduzione sociale funziona in maniera determinante comprando merci pagandole in denaro. Come arrivano le merci sugli scaffali dei negozi non lo sappiamo bene, su un sacco di prodotti leggiamo “Made in China”, abbiamo anche sentito parlare di problemi per le risorse, sappiamo che al porto di Trieste arrivano continuamente container pieni di queste merci. Certo, sappiamo molte cose, ma in maniera vaga, perché poi dovrebbe essere altrimenti? La cosa che ci preoccupa concretamente è avere soldi per pagare le merci che desideriamo, nel migliore dei casi in maggior numero possibile.
La pandemia rende visibili alcune cose che solo intuiamo, o di cui abbiamo sentito parlare. 
Adesso che non abbiamo trovato il lievito o le uova negli scaffali, il lavoro necessario per produrli e farli arrivare ai negozi diventa un’entità reale, le filiere di produzione e distribuzione prendono corpo dietro agli oggetti che finora le velavano di un’aura di mistero. 
Di alcune di queste merci, e cioè dpi (dispositivi di protezione individuale), ventilatori, test, reagenti, non ce n’è abbastanza al momento, e i nostri governi sembrano incapaci di organizzarne la produzione e aumentarne la disponibilità. Strano, non ci dicevano fino a pochissimo tempo fa che è il mercato lo strumento più efficace a regolare l’equilibrio tra domanda e offerta, a garantire quindi quelle cose a cui dobbiamo la nostra sopravvivenza?
Sappiamo che non è così. Di queste merci non se n’è prodotte abbastanza per averne riserve disponibili in caso di crisi. Questo perché produrle senza una domanda immediata, vale a dire profitti a breve termine, non rientra nella logica della nostra economia. Ed è sempre per la stessa armoniosa legge della domanda e dell’offerta che adesso una mascherina, quando si trova, costa 10€, una bottiglia di amuchina è arrivata a costare anche 35€.
Appare chiara anche un’altra cosa: ci sono merci più essenziali di altre, con buona pace di Confindustria che vuole farci credere che anche la costruzione di motori diesel o armi rientra in questa categoria. Abbiamo nominato sopra mascherine e beni per gli ospedali. Al settore della produzione sanitaria si aggiunge quello agroalimentare.
Con il lockdown diventano visibili tutt* que* lavorator* europe* che raccolgono i prodotti nostrani che verranno elaborati dall’industria alimentare o sono destinati all’estero; visibili anche qui per la loro assenza, perché non potranno venire quest’estate. E diventano visibili altr* invisibili, lavorator* illegalizzat* presenti sul nostro territorio che costituirebbero l‘unica speranza di salvezza per la filiera alimentare. Se venissero regolarizzat* dovrebbero essere pagat* secondo le tariffe dei contratti nazionali per l’agricoltura, e questo, se non supportato da soldi pubblici, infliggerebbe un colpo durissimo al settore che vive del lavoro nero e della mancanza di diritti.
È anche diventato visibile il ruolo essenziale di tutt* gli/le altr* lavorator* dell’industria, della logistica, dei servizi, a cui vanno solo le briciole della ricchezza nazionale ma che costituiscono la base necessaria per la sopravvivenza della nostra società. Sono diventat* visibili quando hanno scioperato per difendere il loro diritto alla salute, e ci siamo res* conto che loro non potevano stare a casa a distanza da possibili contagi, pena il crollo del sistema. Sono in 12 milioni ad andare al lavoro, molt* di loro ancora senza adeguate protezioni sanitarie. E sappiamo che molt* di loro non lavorano nemmeno nei settori necessari. Dopo il decreto del 23 marzo che stabiliva quali fossero le attività necessarie e prevedeva la chiusura delle altre abbiamo visto come gli industriali abbiano premuto per estendere la lista oltre a quanto il buon senso e l‘oggettività suggeriscono. 
È diventata visibile la situazione di totale mancanza di tutele degli/le altr* lavorator*, autonom*, precar* e partite IVA, per cui il decreto Cura Italia del 17 marzo ha previsto un aiuto una tantum di 600€, e per aprile sono previsti altri miseri 800 €. Qualcuno ha detto bene che è una condizione cronica per molt* quella di trovarsi sempre a un salario di distanza dall’indigenza. E, secondo le ultime stime dell’ONU, 195 milioni di persone nel mondo potrebbero perdere il lavoro in questa crisi.
Adesso vediamo che con il blocco della vita sociale a causa del virus c’è un crollo della domanda di merci da un lato, dall’altro c’è contemporaneamente una crisi dell’offerta da parte delle imprese che non possono produrre a causa dei decreti.
Perché è inaudito dire che è necessario ridurre la produzione per tutelare la vita delle persone? Perché questo sarebbe fatale per il capitalismo?
Se non circolano soldi nel nostro sistema economico è la fine, dun lato per le persone che non possono andare a fare la spesa e pagare bollette e affitti. Tutta la nostra vita, la nostra possibilitá di stare al mondo, dipendono dal denaro. Di questi tempi però diventa visibile anche che si potrebbe fare altrimenti, si potrebbero fornire i beni di prima necessità anche in forme diverse. Continuiamo a pensarci, a fare questo gioco di fantasia, in questi giorni.
Per le imprese un flusso costante di denaro è vitale, la crisi di liquidità è il nemico numero uno da combattere. Se non si produce continuamente non si vende continuamente, di conseguenza non rientrano soldi e ne va della possibilità di pagare debiti contratti prima con banche e altre imprese, di finanziare forniture e investimenti per rimanere concorrenziali nella guerra di tutti contro tutti. Per questo il decreto del 6 aprile ha prontamente provveduto a garantire per 400 miliardi di euro i crediti alle imprese. La discussione poi sui modi in cui l’UE fornirà denaro, con quali strumenti, è sì rilevante: a seconda che le condizioni di restituzione di questi soldi, che sono e rimangono crediti agli Stati, siano più o meno rigide, ne andrà dell’immagine dell’UE come potenza economica coesa e capace di far fronte comune alle crisi. Di fondo resta il fatto che arriveranno soldi europei, che ci indebiteremo, e per pagare questi debiti si dovrà con le prossime leggi finanziarie attingere alla ricchezza nazionale. C’è da chiedersi se verranno fatte scelte analoghe a quelle attuate in risposta alla crisi precedente, per nominarne una di cui molt* di noi hanno memoria. L’esperienza della crisi passata dimostra che i costi dell’indebitamento ricadono sulle persone, non sulle elites. Gli stati recuperano denaro per pagare i loro debiti dalle tasse. Cosa ci dobbiamo aspettare?
Se guardiamo a come si è gestita la spesa pubblica negli ultimi 10 anni, in particolare proprio la sanità, allora dobbiamo prepararci a dure lotte. Gli effetti dei tagli e delle privatizzazioni sono un‘altra delle cose che sono diventate scandalosamente visibili con questa pandemia. Per alcuni dati relativi agli ultimi 10 anni c’è un articolo illuminante dell’economista Andrea Fumagalli. Per finanziare i debiti contratti negli anni post-crisi 2008, debiti che dovevano garantire la ripresa delle imprese e del settore finanziario, si è scelto di impoverire quelle strutture che vanno a beneficio della collettività.
Si parla di soldi a elicottero per tamponare la crisi attuale. Questi soldi vengono dati senza condizioni, senza pretendere per esempio che dopo questa crisi le imprese producano in maniera più verde.
Noi non ci aspettiamo che questo e gli altri governi possano agire al di fuori di una logica capitalistica, che è capace unicamente di garantire le condizioni perché il capitale possa generare sempre piú profitti. Dobbiamo quindi essere noi a lottare per pretendere 
– di non pagare noi per l’ennesima volta il prezzo di una crisi economica le cui cause sono radicate nel nostro sistema capitalistico di produzione;
– di garantire più fondi per il sistema sanitario, dato che è probabile che le pandemie tornino a colpirci;
– di garantire un sistema di welfare che tuteli chi è piú fragile, anzian*, lavorator* nei settori della cura.
Dobbiamo prepararci perché queste sono le battaglie che ci aspettano per difendere e guadagnare terreno nei prossimi mesi, perché se non resisteremo agli attacchi che ci arrivano da anni saremo ancora più esposte alle conseguenze sociali delle crisi. Sappiamo però che la soluzione a queste fragilità è il superamento di questo modo di produzione ottuso e criminale.